Once there was a way to get back homeward
Sleep pretty darling do not cry / And I will sing a lullaby
La voce entra che sta già forzando, e sono parole che dicono a qualcuno di dormire cantate come se bisognasse farsi sentire da lontano, con la gola che su cry si appoggia e tira fino a sembrare che stia per rompersi, e non si rompe, però io resto lì ad aspettare che succeda e la volta dopo aspetto di nuovo.
Lo ha voluto così, ha lavorato sulla forza della voce proprio perché il tema era dolce, «such a gentle theme, so I worked on the strength of the vocal on it».
Le parole non sono sue, sono la prima strofa di una ninna nanna del 1603, una Cradle Song dentro la commedia Patient Grissil, e lui la trova a casa di suo padre a Liverpool, aperta sul leggio del pianoforte nel libro di musica della sorellastra Ruth, «my stepsister Ruth’s piano book was up on the stand», solo che non sa leggere le note, «I couldn’t remember the old tune, so I just started playing my own tune to it», e allora si siede e se la inventa. È l’immagine che mi resta più addosso di tutta la canzone, uno al pianoforte di casa del padre con davanti delle parole che riesce a leggere e una musica che non riesce a leggere, che si mette a farne una sua.
Tre cose si arrotondano quasi ovunque, e cioè che la commedia non è del solo Thomas Dekker ma la firmano con lui Henry Chettle e William Haughton, che quel testo lui lo incontra quasi certamente in un canzoniere ottocentesco piuttosto che nel teatro elisabettiano, e che di parole ne cambia due, perché dove Dekker scrive sleep, pretty wantons, che allora vuol dire bambini vivaci, lui canta sleep pretty darling, mentre dove Dekker mette golden slumbers kiss your eyes lui canta fill your eyes, che è una mano più pesante sugli occhi di chi dorme.
Poi c’è una riga che nel 1603 non c’era ed è la prima che si sente, Once there was a way to get back homeward, tutto il resto è preso in prestito e quella invece se l’è scritta, e la incidono il 2 luglio 1969 quando Lennon non c’è perché il giorno prima è finito fuori strada in Scozia, così nella stanza sono in tre, pianoforte e voce, il basso di Harrison, la batteria di Starr.
La batteria entra su Golden slumbers fill your eyes e mette giù un piede pesante mentre la voce, invece di calare, sale, e il 15 agosto ci mettono sopra trenta musicisti arrangiati da George Martin e la stanza si allarga tutta insieme, ed è proprio lì che mi viene da alzare il volume.
Ci torno per i pochi secondi prima che la voce si tiri, e per quella riga che si è scritto da solo.
Una ninna nanna si canta piano vicino a qualcuno che sta per addormentarsi, e questa invece è cantata forte, come una ninna nanna gridata a chi non può più sentirla, e con tutto l’amore che si ha.
- https://en.wikipedia.org/wiki/Golden_Slumbers
- https://en.wikipedia.org/wiki/Patient_Grissel
- https://www.the-paulmccartney-project.com/song/golden-slumbers/
Immagine di copertina: Bruna Mannucci, «Girasoli», olio su tela — https://brunamannucci.it/opere/girasoli/