Il 4 settembre 2026 l’Assemblea Generale dell’ONU ha approvato con 164 voti favorevoli, uno contrario e sei astensioni la risoluzione Correct the Map, che raccomanda l’uso di proiezioni equivalenti al posto di Mercatore per rappresentare il mondo. L’hanno proposta gli Stati membri dell’Unione Africana insieme alle Bahamas, con il negoziato guidato dal Togo, e veniva da una campagna lanciata a Dakar nell’aprile 2025 da Africa No Filter e Speak Up Africa. L’unico voto contrario sono stati gli Stati Uniti.

Sul piano operativo il testo non vieta Mercatore, raccomanda proiezioni equivalenti dove conta la dimensione relativa e chiede di insegnare i limiti di qualunque carta piana, e Robert Dussey, ministro degli esteri togolese che l’ha introdotta, ha riconosciuto l’utilità di Mercatore per la navigazione dicendo che non si trattava di condannarlo.

La mia posizione è che quelle due cose stanno insieme senza contraddirsi. Per confrontare le superfici dei continenti su un planisfero serve una carta equivalente, ed Equal Earth va bene. Per navigare serve Mercatore, e continuerò a usarlo. Sono due domande diverse e vogliono due strumenti diversi, il che rende la raccomandazione ragionevole dentro il suo perimetro.

Il perimetro però il testo lo supera, perché descrive la correzione di quelle distorsioni come un atto di «giustizia cognitiva e riparazione memoriale». Non è una formula tecnica ed è giusto prenderla sul serio, perché dice che la carta è un torto da riparare e non soltanto uno strumento da sostituire. È la metà su cui il mio accordo si ferma, e ci torno più avanti, quando il contesto storico sarà sul tavolo.

Attorno alla risoluzione circolano affermazioni di forza molto diversa, e vanno distinte subito. La versione difendibile è questa: l’egemonia di Mercatore sui planisferi è un fatto dell’Ottocento ed è difficile da separare dal contesto imperiale di quel secolo. La sottoscrivo, e più avanti provo a spiegare perché sia successo. La versione che contesto è un’altra, e nell’agosto 2025 la scrive Gabby Asare Otchere-Darko, fondatore dell’Africa Prosperity Network: «la proiezione di Mercatore non è mai stata neutrale, è stata disegnata per la conquista». Fra le due c’è la stessa differenza che passa fra uno strumento che una società adotta perché le torna comodo e uno strumento costruito per farle comodo, e la seconda affermazione ha bisogno di prove che la prima non richiede.

Le formulazioni più citate dicono qualcosa di diverso. Nel 1983 Arno Peters scrive in Die Neue Kartographie che i cartografi si sono aggrappati a Mercatore da quando «ha prodotto il suo planisfero, più di quattrocento anni fa, per l’epoca del dominio mondiale degli europei», una frase che si può leggere come contesto storico oppure come scopo. Nel febbraio 2001 la versione popolare arriva in televisione, nella sedicesima puntata della seconda stagione di The West Wing, dove un gruppo di cartografi immaginari spiega che «la proiezione di Mercatore ha alimentato per secoli atteggiamenti imperialisti europei e ha creato un pregiudizio etnico contro il Terzo Mondo», e parla di effetti prodotti, non di un progetto.

La differenza fra le due cose è tutto il problema, e sull’effetto do ragione alla campagna. Ci torno alla fine.

Come nasce la deformazione

Guardate i paralleli su un mappamondo. All’equatore il cerchio fa il giro intero della Terra, salendo verso il polo si stringe e al polo diventa un punto. Il parallelo a 60 gradi è lungo esattamente la metà dell’equatore.

Il modo consueto di raccontare Mercatore è avvolgere un cilindro attorno al globo in modo che lo tocchi lungo l’equatore, riportarci sopra il disegno e poi srotolarlo. L’equatore è l’unico cerchio già appoggiato alla parete, quindi arriva sulla carta come è, mentre tutti gli altri paralleli hanno un raggio più piccolo e per finire sulla parete devono essere allargati.

A sinistra una sfera inscritta in un cilindro tangente all'equatore, con il parallelo a 60 gradi che viene portato sulla parete del cilindro. A destra il cilindro srotolato, dove l'equatore e il parallelo a 60 gradi sono disegnati lunghi uguali. Sul bordo sinistro del foglio una scala delle latitudini mostra due fasce da 600 miglia, e quella a 60 gradi è alta il doppio. In basso due barre confrontano le circonferenze, quella del parallelo è la metà.
Il foglio è largo quanto una circonferenza del cilindro e le quote dei due paralleli sono le stesse nei due disegni. Sul bordo sinistro, la stessa fascia di 600 miglia occupa il doppio dello spazio a 60 gradi. Il cilindro qui è un'immagine didattica: Mercatore non descrisse mai come avesse costruito la carta, e la spaziatura verticale non si ottiene proiettando raggi ma da una funzione logaritmica.

Su quel bordo sinistro sta la parte pratica. Un primo di latitudine è un miglio nautico a qualunque latitudine, ma sulla carta quei primi si allargano insieme a tutto il resto, quindi lo stesso miglio a 60 gradi occupa il doppio dello spazio che occupa all’equatore. Per questo le distanze si prendono col compasso sulla scala laterale, all’altezza in cui ci si trova, mai sulla scala in basso, che è di longitudine e in miglia non misura niente.

Il conto che dice di quanto si allarga è uno solo. Il parallelo a latitudine φ è lungo cos φ volte l’equatore, quindi per portarlo alla stessa lunghezza va moltiplicato per 1 / cos φ, che in trigonometria si chiama secante. La carta conserva gli angoli, e di conseguenza le forme in piccolo, cioè nell’intorno di ogni punto: per ottenerlo deve allargare della stessa quantità anche in verticale, altrimenti i contorni verrebbero schiacciati. Allargando nelle due direzioni insieme le aree crescono al quadrato.

LatitudineQuanto si allungaQuanto cresce l’area
1,0001,00
15°1,0351,07
30°1,1551,33
45°1,4142,00
60°2,0004,00
66°34′2,5156,32
70°2,9248,55
80°5,75933,16
85°11,474131,65

I valori sono calcolati su un modello sferico. Sull’ellissoide WGS84, che è quello delle carte vere, l’allungamento è più piccolo e avvicinandosi ai poli lo scarto tende allo 0,34%, mentre quello sull’area, che è il quadrato, tende allo 0,67%. La conformità vale in piccolo e non in grande: la Groenlandia su Mercatore non ha la forma della Groenlandia ma una forma stirata, mentre sono gli angoli fra due rotte che si incrociano a restare quelli veri.

La riga a 66°34′ è il circolo polare artico, e sopra di essa stanno la punta della Norvegia, della Svezia, della Finlandia e la Russia di Murmansk. La crescita è lenta finché si resta in mezzo e diventa rapidissima solo dopo, perché il coseno va a zero al polo e la secante gli va all’infinito.

Tenere ferme insieme le aree e gli angoli su tutta la carta non si può. Alla radice c’è il Theorema Egregium di Gauss, che vieta di stendere una sfera sul piano senza deformarla, e si capisce con una buccia d’arancia: o si strappa o si stira, e non esiste modo di appiattirla lasciando tutte le distanze com’erano. Il passo successivo, che una carta insieme conforme ed equivalente sarebbe per forza un’isometria e quindi non può esistere, è un risultato a parte che da quello discende. Da lì viene che una carta del mondo conserva le forme in piccolo oppure le dimensioni, mai tutte e due insieme. Mercatore tiene le forme in piccolo, Equal Earth tiene le dimensioni e nessuna delle due sta barando.

Questo conto spiega da dove viene la deformazione, e si ferma lì. Non dice niente sulle intenzioni di chi scelse quella proiezione né su quelle di chi la stampò nei libri di scuola tre secoli dopo. Le intenzioni si stabiliscono coi documenti, e i documenti ci sono.

Tre domande da tenere separate

La discussione si ingarbuglia perché mette insieme tre cose che hanno risposte diverse: perché quella carta fu costruita, perché gli editori la adottarono per i planisferi, e che effetto può avere avuto quell’uso su chi la guardava.

Perché fu costruita. La carta del 1569 si intitola Nova et Aucta Orbis Terrae Descriptio ad Usum Navigantium Emendate Accommodata, descrizione nuova e ampliata della Terra, corretta e adattata all’uso dei naviganti. Lo scopo sta nel titolo, e la carta lo dichiara anche graficamente, con decine di rose dei venti da cui partono reticoli di lossodromie, che si vedono nell’immagine di copertina. La matematica della lossodromia era stata descritta dal portoghese Pedro Nunes, che nel 1537 aveva proposto un atlante nautico di fogli a grande scala per contenere la distorsione delle direzioni. Mercatore ne conosceva l’opera, mentre di quanto gli sia servita non si sa nulla, perché non spiegò mai il metodo di costruzione.

Quell’ad usum navigantium non va però letto come una categoria neutra. La navigazione delle Fiandre e dell’Iberia in quegli anni era espansione commerciale, e una carta che serve a tenere una rotta serve a chi quella rotta la fa per comprare, vendere e prendere. Lo scopo dichiarato è tecnico e il contesto in cui quella tecnica era utile non lo era per niente. Ammetterlo è il contrario di indebolire l’argomento, perché è esattamente la distinzione che sto proponendo: uno strumento nasce dentro una storia senza per questo essere lo strumento di quella storia.

Perché la adottarono gli editori. Qui la cronologia è il fatto che conta. Per quasi due secoli la proiezione non poté essere sfruttata appieno proprio in navigazione, perché serviva la longitudine in mare, che arriva col cronometro marino a metà Settecento, e serviva conoscere la declinazione magnetica. Mercatore cominciò a dominare i planisferi solo nell’Ottocento, e da quel momento i cartografi presero a lamentarsi dell’abuso che ne facevano gli editori, una protesta che va avanti per un secolo prima di Peters.

Resta da chiedersi perché proprio quel secolo, e quella che segue è una mia ricostruzione, che do per tale. L’Ottocento è il momento in cui la longitudine in mare è un problema risolto, la stampa litografica rende gli atlanti un prodotto di massa e il mondo viene pensato come una rete di rotte, di linee di navigazione a vapore e di cavi telegrafici. Chi commissionava e comprava planisferi erano le potenze marittime, e a una civiltà che si immaginava per rotte una proiezione costruita sulle rotte tornava naturale. L’egemonia di Mercatore sui planisferi è quindi difficile da separare dall’imperialismo dell’Ottocento, e questo resta vero senza che nessuno l’abbia disegnata per quello. L’uso da poster scolastico è una consuetudine editoriale ottocentesca, non una scelta del 1569.

Le date della diffusione e le proteste dei cartografi vengono dalla letteratura, e la storia sociale della proiezione è ricostruita da Mark Monmonier. La sintesi fra quella diffusione e la forma imperiale del secolo è mia e non riprende una fonte specifica, in un filone che ha una letteratura sua a partire da Brian Harley.

Una cosa però va detta sull’impaginazione. I diciotto fogli del 1569 coprono da 80°N a 66°S, una fascia asimmetrica rispetto all’equatore che taglia via l’estremo sud e tiene tutto il nord, ed è da quella scelta che viene la critica di eurocentrismo alla carta. Quella è una decisione presa da una persona davanti a un foglio, e si discute. Vale per tutte: ogni carta che ho a bordo taglia da qualche parte, e dove taglia lo ha deciso qualcuno.

Che effetto ha avuto. Questa è la domanda in cui la campagna ha ragione, ed è indipendente dalle prime due. Una carta appesa in un’aula per generazioni forma un’intuizione sulle proporzioni del mondo, e quell’intuizione su Mercatore è sbagliata. Che l’effetto non sia stato progettato non lo rende meno reale, e non c’è bisogno di attribuire un’intenzione a un fiammingo del Cinquecento per volere un planisfero diverso in classe.

La riparazione memoriale

Adesso che il contesto c’è, torno sulla formula della risoluzione, e conviene leggerla nel senso giusto. Riparazione memoriale non vuol dire risarcimento in denaro: è la famiglia delle misure simboliche, cioè riconoscimenti pubblici, commemorazioni, rimozione di rappresentazioni offensive. Presa così, sostituire un planisfero che rimpicciolisce un continente può valere come riparazione simbolica parziale, e chi la chiede non sta presentando un conto a nessuno.

Il mio dissenso resta, e lo circoscrivo a due punti. Il primo è l’oggetto. La parte lesa il testo la identifica bene, perché l’Africa è nominata e la penalizzazione è descritta, ma il torto lo imputa alla proiezione, che è un oggetto senza intenzioni. Il secondo è che le pratiche che quella proiezione l’hanno resa dominante nei planisferi non vengono ricostruite, cioè chi la stampava, per quali mercati e con quali scelte ripetute per un secolo dopo che i cartografi protestavano. Quella ricostruzione sarebbe il contenuto della riparazione, e nel testo non c’è.

Non sostengo che sostituire la carta non serva. Se il danno è sulle intuizioni, cambiare l’immagine appesa in un’aula è una misura sensata e ha anche un valore simbolico. Sostengo che chiamarla riparazione senza nominare l’atto né chi lo ha compiuto lascia il lavoro a metà, e che la metà mancante è quella che costa.

Il paradosso della carta giusta

La versione politica della vicenda nasce nel 1973, quando Arno Peters presenta il suo planisfero come la prima carta che mostra il mondo in modo equo e accusa Mercatore di penalizzare i paesi poveri. La proiezione era già stata pubblicata nel 1855 dal pastore scozzese James Gall, che l’aveva presentata a Glasgow chiamandola ortografica e descritta nel 1885 sullo Scottish Geographical Magazine.

Peters dichiarò che la sua carta aveva «assoluta conformità angolare», che per una carta equivalente è impossibile, e che era l’unica corretta nelle aree, mentre le equivalenti si contano a centinaia e alcune sono molto più antiche della sua. Sul problema di partenza però non era solo, perché l’abuso editoriale di Mercatore i cartografi lo denunciavano da decenni.

Il punto geometrico è più istruttivo delle rivendicazioni. La Gall-Peters ha distorsione nulla lungo i paralleli 45°N e 45°S, quindi rende meglio le medie latitudini e stira peggio le basse, cioè proprio i paesi equatoriali che dichiara di difendere. Fra il 1989 e il 1990 sette organizzazioni geografiche nordamericane approvarono una risoluzione che sconsigliava tutte le carte del mondo rettangolari, categoria che comprende insieme Mercatore e Gall-Peters. Equal Earth non è rettangolare, è pseudocilindrica e ha i meridiani curvi, quindi quella risoluzione non la riguarda. Nasce nel 2018 da Bojan Šavrič, Bernhard Jenny e Tom Patterson proprio per rimediare alla Gall-Peters, dopo che le scuole pubbliche di Boston l’avevano adottata nel 2017, e gli autori pubblicandone le specifiche hanno scritto che va usata quando serve davvero una proiezione equivalente, mettendo in guardia dal farne la scelta predefinita per i planisferi. La ricostruzione completa della controversia sta in Rhumb Lines and Map Wars di Mark Monmonier.

Dedurre lo scopo dall’effetto

L’errore che regge lo storytelling è un passaggio logico solo, e vale molto oltre le carte geografiche. La deformazione va sempre nella stessa direzione, e quello che è sistematico somiglia a deliberato. Ma la regolarità è esattamente quello che ci si aspetta da una formula, e da un vantaggio non segue un’intenzione di avvantaggiare.

Detta meglio, è una questione di onere della prova. Chi afferma che una cosa è stata fatta per uno scopo deve mostrarlo, e non tocca a nessun altro dimostrare il contrario. Nel caso del 1569 quella prova non c’è: c’è un titolo che dichiara un uso nautico, ci sono i reticoli di lossodromie sul foglio e non esiste un documento che attribuisca a Mercatore un secondo fine. Questo non stabilisce che la navigazione fosse il suo unico scopo, perché non è stabilibile, né che fosse in buona fede. Stabilisce che l’affermazione forte resta senza appoggio, ed è quanto basta, perché era quella a doversi sostenere.

La spiegazione intenzionale è attraente perché è più economica. Dà un responsabile, una data e un rimedio, e permette di correggere un torto sostituendo un oggetto. La spiegazione strutturale chiede più lavoro e concede meno soddisfazione, perché dice che uno strumento costruito per un motivo è stato adottato per un altro da una società che ci trovava comodità.

Anche questa però va tenuta nei suoi limiti. Che per il 1569 non esista prova di intenzione non dice niente su quello che vollero gli editori dell’Ottocento, sui quali non ho fatto ricerca e che sarebbero un’indagine a parte, con archivi propri e forse esiti diversi. E non sostengo che la spiegazione strutturale sia in generale quella giusta, perché sarebbe la stessa scorciatoia al contrario. Sostengo solo che qui, per l’affermazione che la carta fu disegnata per la conquista, chi la fa non ha portato niente.

Chi lavora su sistemi tecnici questo salto lo incontra di continuo, perché ogni impostazione predefinita, ogni formato di scambio, ogni soglia produce vincitori e perdenti regolari. Ogni volta ci si può chiedere chi ne ha tratto beneficio oppure che problema stava risolvendo chi l’ha scritta, e sono due domande diverse con risposte diverse. La prima da sola non prova niente sulla seconda, e la seconda da sola non assolve nessuno dagli effetti della prima.

Quello che uso quando esco in mare

Il criterio si vede meglio su un caso concreto, e quello che ho sotto mano è una carta nautica.

Una carta di lavoro copre una manciata di primi di latitudine. Quella che tengo aperta per l’arcipelago toscano va dalla foce dell’Arno a Capraia ed è larga trentotto primi, e dentro quella fascia la scala cambia dell’uno per cento da un bordo all’altro. La deformazione d’area di cui discute l’ONU, lì dentro, non si vede nemmeno.

Quello che invece deve restare vero è l’angolo. Se tieni la prua ferma su un numero di bussola, mettiamo 240 gradi, il percorso che fai sul globo è una curva complicata che su quasi tutte le carte viene storta. Su quella di Mercatore diventa un segmento dritto, quindi lo tracci con la riga parallela e leggi l’angolo sulla rosa dei venti. Da Livorno a Portovenere sono trentasei miglia con la prua su 326, e fra quella rotta e la via più corta ci ballano dieci centimetri. Mercatore stesso annotava che per quella strada la nave non arriva per la via più breve, però arriva.

Quelle acque le ho navigate, e altrove la proprietà che deve reggere è un’altra. Alle Glénans, dieci miglia da Concarneau, quello che ti tiene sveglio è la marea, che si calcola col coefficiente dello SHOM e con la regola dei dodicesimi per sapere a che altezza sarà l’acqua quando passi. Più a nord è la geometria a presentare il conto, perché sopra i settanta gradi il fattore di scala passa 2,9 e continua a crescere senza limite, i poli non stanno sul foglio e le carte si costruiscono viste dall’alto del polo. Ogni volta cambia lo strumento perché cambia la cosa che non può sbagliare, e a bordo nessuno ci vede niente di strano.

Che cosa deve conservare una carta

La domanda utile non è quale carta sia giusta, perché nessuna lo è, ma quale proprietà bisogna tenere ferma per rispondere alla domanda che si ha in mano.

Se la domanda è quanto è grande l’Africa rispetto alla Groenlandia, la proprietà da conservare è l’area, la carta è equivalente e la scelta dell’ONU è quella giusta. Se la domanda è che angolo tengo per arrivare a Portovenere, la proprietà da conservare sono gli angoli, la carta è conforme ed è Mercatore. Se la domanda è qual è la strada più corta per attraversare un oceano, non va bene nessuna delle due e serve una gnomonica, dove i cerchi massimi vengono dritti.

Fra il 4 settembre e i giorni seguenti tre paesi hanno contestato la carta, e nessuno dei tre ha contestato la proiezione. L’Ucraina, che ha dichiarato di non opporsi ai principi della risoluzione, si è astenuta: il rappresentante permanente Andrij Melnyk ha obiettato che sulla mappa la Crimea compare in una tinta più chiara del resto dell’Ucraina e più vicina a quella russa, e ha detto che Kiev aveva chiesto correzioni prima del voto senza ottenere risposte positive. Il Giappone, per bocca del capo di gabinetto Minoru Kihara, ha chiesto correzioni perché le isole Curili, che chiama Territori del Nord, risultano colorate come il territorio russo. L’India, per bocca del portavoce degli esteri Randhir Jaiswal, ha obiettato che il Kashmir va rappresentato secondo la carta ufficiale indiana.

Tinte, confini e nomi non sono proprietà della proiezione ma decisioni di chi disegna quella mappa, e la richiesta di correzione arrivata da Kiev lo dimostra meglio di qualunque argomento: una cosa che si può correggere su domanda non è un vincolo geometrico.

L’Unione Europea l’ha messo per iscritto nella propria dichiarazione di voto, precisando che la risoluzione «non implica riconoscimento, sostegno o acquiescenza rispetto a rivendicazioni su territori contesi, modifiche dei confini esistenti o alterazioni dello status giuridico di alcun territorio, né avalla alcun sito specifico, come equal-earth.com, comprese le mappe che contiene». È la distinzione di tutto l’articolo, fatta in aula da un’altra parte: la proiezione decide come si appiattisce una sfera, i confini e i colori li decide qualcuno.

Una carta è uno strumento che dichiara che cosa conserva e che cosa lascia andare. Stabilito questo, quale appendere in un’aula è una decisione educativa, e può essere politica in modo del tutto legittimo. La domanda da cui si parte resta però sempre la stessa, cioè che cosa deve restare vero, perché tutto il resto si perde comunque.


Immagine di copertina: Gerardo Mercatore, «Nova et Aucta Orbis Terrae Descriptio ad Usum Navigantium Emendate Accommodata», 1569, composito dei diciotto fogli della copia di Basilea, fotografata da Wilhelm Krücken — pubblico dominio — https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Mercator_1569_world_map_composite.jpg