«Svolta epocale o fuoco di paglia?» è una domanda a cui, in buona parte, si risponde già con i dati pubblici del 2002: licenze depositate, regole di governo delle fondazioni, quote di mercato rilevate da terzi. Stasera a Pisa, all’incontro First Tuesday Italy, sono al tavolo con un rappresentante di Microsoft Italia, l’accademia (Scuola Superiore Sant’Anna), la Pubblica Amministrazione (Comune di Pisa) e altri tecnici. Quello che segue è il quadro di fatti su cui, secondo me, va impostato il dibattito.

La domanda è mal posta

«Open source» non è un mercato né una tecnologia: è un attributo della licenza con cui si distribuisce un programma. Il riferimento operativo è la Open Source Definition, che la Open Source Initiative (OSI) ha pubblicato nel 1998 partendo dalle Debian Free Software Guidelines di Bruce Perens. Sono dieci criteri verificabili: libera ridistribuzione, disponibilità del codice sorgente, possibilità di opere derivate, nessuna discriminazione verso persone o campi d’uso. Una licenza o li soddisfa o non li soddisfa, senza vie di mezzo.

Chiedersi se «l’open source» durerà vuol dire allora chiedersi se il software già distribuito sotto GNU General Public License (GPL, versione 2 del 1991), BSD (Berkeley Software Distribution) o Apache License continuerà a esistere. Il codice già rilasciato sotto GPL non si può ritirare a posteriori: per le copie già distribuite la licenza è perpetua e irrevocabile. È una proprietà del testo legale, non una previsione di mercato.

La licenza come meccanismo

Conviene distinguere due famiglie, perché muovono economie diverse.

La GPL è copyleft: chi distribuisce un’opera derivata deve distribuirla sotto la stessa licenza, con il sorgente disponibile. Il vincolo si propaga. Per questo il kernel Linux, sotto GPLv2, non si può chiudere dentro un prodotto proprietario senza violarla: chi lo modifica e lo ridistribuisce deve liberare le modifiche.

Le licenze in stile BSD, MIT (Massachusetts Institute of Technology) e Apache sono permissive: ammettono la ridistribuzione anche in forma proprietaria. Il server web Apache sta sotto licenza Apache, e così il suo codice può finire dentro prodotti commerciali chiusi senza obbligo di restituzione. Sono due strategie opposte sullo stesso asse: la permissiva spinge l’adozione, il copyleft spinge il ritorno del codice alla comunità.

La licenza che scegli decide quale modello di business regge a valle: stabilisce chi può guadagnare cosa, prima ancora di qualsiasi scelta tecnica.

La governance è la prova del nove

Il fenomeno è transitorio quando dipende da un singolo attore; è strutturale quando esiste un soggetto giuridico capace di sopravvivere ai suoi fondatori. Nel 2002 questo soggetto c’è, in forma matura.

La Apache Software Foundation, costituita nel 1999 come ente no-profit del Delaware, possiede il marchio, detiene i diritti sul codice contribuito e governa i progetti con un modello meritocratico documentato: commit, voto dei committer, board eletto. Vale lo stesso per la Free Software Foundation, che dal 1985 detiene il copyright di parte del progetto GNU proprio per poter far valere la GPL in giudizio. Quando codice e marchio sono in capo a una fondazione, la scomparsa di una singola azienda sponsor non chiude il progetto.

Anche la quota di mercato si misura, da fonti indipendenti. Le rilevazioni Netcraft del 2001 attribuiscono ad Apache la maggioranza assoluta dei server web attivi, con ampio margine sul concorrente proprietario. È il dato che trovo dirimente: non servono previsioni quando una posizione dominante esiste già, misurata ogni mese da terzi su un campione di milioni di host. Un «fuoco di paglia» non tiene per anni la maggioranza dell’infrastruttura del Web.

Il modello economico c’è già

L’obiezione di sempre — «come si guadagna regalando il codice?» — nel 2002 ha risposte concrete, non ipotesi.

Red Hat distribuisce il sistema operativo con sorgente disponibile e vende abbonamenti di supporto, certificazione e manutenzione per l’uso aziendale. Il ricavo non arriva dalla licenza d’uso ma dal servizio continuativo attorno al software. Sul desktop, OpenOffice.org 1.0 è uscito il 1° maggio 2002 sotto LGPL (GNU Lesser General Public License): condivide la base di codice con StarOffice 6.0 di Sun Microsystems, venduto commercialmente. Lo stesso codice alimenta una distribuzione gratuita comunitaria e un prodotto a pagamento con supporto. Il modello dual-license/dual-distribution è già in produzione, non un esperimento.

Per la Pubblica Amministrazione la leva è la disponibilità del sorgente, più che il prezzo: poter ispezionare, correggere e mantenere il software senza dipendere dal fornitore originario riduce il lock-in. In Italia il tema è entrato nell’agenda istituzionale: nel marzo 2002 il Parlamento ha discusso una mozione sull’introduzione e la diffusione del software libero nella PA. La ragione tecnica è la stessa che porta un ente a preferire formati e protocolli documentati: la continuità del servizio oltre la durata del contratto.

Cosa i dati del 2002 non dicono

Tre cose restano aperte e, onestamente, stasera non si decidono.

La prima è la sostenibilità del finanziamento ai progetti non commerciali. Una fondazione possiede marchio e copyright, ma il lavoro lo fanno persone che vanno pagate, e il modello a contributo volontario più sponsor aziendale non si è ancora dimostrato robusto su scala decennale. La seconda è la copertura applicativa: la dominanza di Apache sul web non si trasferisce in automatico al desktop o ai gestionali verticali, dove nel 2002 l’offerta aperta è ancora frammentaria. La terza è l’interoperabilità con i formati proprietari diventati standard di fatto: un costo che ricade sul software aperto e non si esaurisce.

Le domande aperte ci sono. Ma riguardano quote, finanziamento e copertura — quantità che si misurano nel tempo — non l’esistenza del fenomeno. Quella è già scritta nelle licenze depositate e negli statuti delle fondazioni, e non si ritira con un comunicato stampa.

La posizione che porto al tavolo come CTO di noze — la PMI che costruisce il proprio business sull’Open Source — è raccontata nell’insight pubblicato da noze sul panel: https://www.noze.it/insights/first-tuesday-pisa/.


https://opensource.org/osd https://www.gnu.org/licenses/gpl-2.0.html https://www.apache.org/foundation/ https://news.netcraft.com/archives/web_server_survey.html https://www.redhat.com/ https://www.openoffice.org/about_us/ooo_release.html

Immagine di copertina: Bruce Perens, uomo con occhiali, mentre parla a un evento sul software libero; ripresa ravvicinata del relatore — foto di Glenn Strong, CC BY-SA 2.0 — https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Bruce_Perens_Belfast_2006.jpg