All the lonely people / Where do they all come from?
All the lonely people / Where do they all belong?
Ogni volta che la riascolto mi colpisce la stessa cosa. McCartney, 1966, un lied da camera travestito da pop — niente batteria, niente basso, niente chitarre, solo un doppio quartetto d’archi che George Martin scrive sul modello di Bernard Herrmann. Martin citava Fahrenheit 451, ma il film esce sette mesi dopo la registrazione, quindi il modello vero è Psycho, 1960 — quel gesto d’archi duro, staccato, che sembra graffiare. E niente, qui, è decorativo.
Entra prima della voce. Una figura staccata, martellata, quasi meccanica — e tu sai già tutto, prima ancora che cominci il racconto. Poi McCartney: picks up the rice in the church where a wedding has been. Gli archi mi si piantano dentro, uno per uno. Sono il gesto stesso di Eleanor che si china, raccoglie, raccoglie ancora — piccolo, ripetuto, inutile. La canzone ha già detto tutto nei primi quattro secondi, il resto è solo conferma.
Sento l’oscillazione — minore, maggiore, minore di nuovo. Mi minore e Do maggiore, due poli che non si risolvono mai. Il Do maggiore arriva sul ritornello (Ah, look at all the lonely people) e sembra una luce, una promessa, una porta che sta per aprirsi; rientra in minore, sempre. Come una porta socchiusa che si richiude. Sto lì ad aspettare e la porta si richiude. E la solitudine mi arriva addosso prima che qualcuno l’abbia detta.
C’è un dettaglio che all’inizio non senti, e dopo non smetti più di sentire. Sul ritornello si aggiungono le voci di Lennon e Harrison in armonia, e quell’Ah tenuto è una specie di urlo gentile, un ossimoro che però è l’unica parola giusta. Fino a lì abbiamo avuto il narratore, pacato, quasi distaccato, la terza persona che osserva. Arrivano due voci che non raccontano più nessuno. Fanno il verso del dolore direttamente. Senza personaggio. È un attimo e poi torna la cronaca — Father McKenzie, writing the words of a sermon that no one will hear — ed è proprio lì che aspetto di arrivare.
Il rapporto voce–strumenti è quasi teatrale. Le voci raccontano in uno stile piano, quasi referto, mentre gli archi commentano — pizzicati secchi nei dettagli concreti (darning his socks in the night, e senti davvero l’ago che entra ed esce), arcate lunghe e doloranti nei ritornelli. Ed è questa la cosa che mi emoziona da sempre: le voci raccontano e gli archi sentono — sentono al posto dei personaggi, che da soli non riescono a sentire. O a farsi sentire.
Where do they all belong? La domanda resta sospesa perché la musica la lascia sospesa: gli archi si spengono sulla stessa figura con cui erano entrati, martellati, staccati, uguali. Il cerchio si chiude senza consolazione.
Da quando l’ho scoperta mi capita di finirci dentro, in una solitudine che si respira.
Immagine di copertina: statua di Eleanor Rigby in Stanley Street, Liverpool — foto di Rodhullandemu, CC BY-SA 4.0 — https://commons.wikimedia.org/wiki/File:EleanorRigbyStatue.jpg